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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


14 luglio 2014

Lo specchio rovesciato

Ma non era Mineo il problema? Il sabotatore Mineo, il traditore Mineo, il ricco Mineo? Allo stato attuale parrebbe proprio di no. Il problema sarebbe un altro, in realtà, e riguarderebbe adesso il metodo di elezione dei senatori, secondo uno schema deciso (dice il Corriere) in un incontro tra Forza Italia e Governo e riproposto nel testo di legge all’esame della Commissione. La norma in discussione prevede un’elezione col metodo proporzionale (art. 2), ma con il rispetto dei rapporti di forza già presenti all’interno dei consigli regionali. Non sarebbe la proporzionalità dei voti a fissare le quote dei senatori, ma queste ultime dovrebbero invece essere espressione delle rappresentanze regionali. Si scatterebbe, in sostanza, una specie di istantanea del Consiglio stesso, tale da prefissare (proporzionalmente) le quote elettive di ogni singolo raggruppamento in corsa.

Non basta. Sul sito del Corriere leggo che la norma transitoria prevede pure le liste bloccate. Così che il voto dei consiglieri regionali non solo è costretto in quote proporzionali prefissate, ma è ulteriormente compresso da nominativi già indicati dai capigruppo e, ancor più su, dai vertici di partito locali e nazionali: Renzi e Berlusconi insomma. Come dire: dal Patto del Nazareno al Patto del Nazareno passando per un Senato ingessato nelle quote e nelle liste bloccate. Altro che nominati, questi sono scelti a intuitu personae: per fedeltà, perché hanno famiglia, perché hanno un mutuo, perché il tenore di vita è molto alto e non basterebbe un lavoretto da impiegato a soddisfarlo.

Se permanesse questo schema forzista-renziano, figlio del Patto del Nazareno, non sarà più l’assemblea elettiva a fotografare come d’obbligo la società e le sue proporzionate opinioni, ma queste ultime a riflettere le quote elettive (nomi compresi) fissate dai vertici locali e nazionali dei partiti. Un ribaltamento dello specchio, un vero cambio verso, non c’è che dire. Per di più con il consenso plebiscitario degli elettori stessi. Che conteranno sempre meno, apparendone persino lieti stando ai sondaggi. Vedo già i commenti: basta con questo Senato di chiacchieroni, il lavoro è il vero problema! Ecco, oggi la democrazia è diventata un problema (non più una risorsa). Ve li meritate i leader mascellari. Altro che.


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14 luglio 2014

La sineddoche renziana

La domanda è: giocare al doppio (o triplo forno) è la stessa cosa che lavorare a un patto unitario, istituzionale, davvero coinvolgente e paritario per tutti? Me lo chiedo perché, quando si accenna al ‘patto’ Renzi-Berlusconi, si risponde sempre: le riforme istituzionali si fanno anche con l’opposizione. Che sarebbe anche corretto se la locuzione “farle con l’opposizione” non significasse, di fatto, mettersi al centro dello schieramento per giocare di sponda o a rimpiattino con le altre forze politiche. I due ( o tre) forni, appunto. O la scelta di fare le riforme assieme adotta il metodo del grande dibattito politico-istituzionale attorno a un progetto emendabile, oppure è solo manovra politica, tatticismo, una sorta di domino per assicurarsi un predominio duraturo. Non è differenza di poco conto. Per usare il linguaggio renziano: o si tenta un selfie generale, oppure si fanno tante fotografie distinte e le si pone in competizione tra loro (pur preferendo quella del Nazareno). Non che la ‘competizione’ debba scomparire, pur all’interno di una vasta discussione unitaria. Ma che si utilizzi un forno contro l’altro, chiamando questa pratica “fare le riforme con l’opposizione”, appare davvero una furbizia retorica.

Per di più, uno dei due (o tre) forni appare decisamente avvantaggiato rispetto all’altro. C’è un patto così stretto (e segreto) con Berlusconi da far pensare che quello sia l’unico forno crepitante del fornarino Renzi. E il resto sia schermaglia, noiosa questione da dirimere al più presto per sgomberare il campo. Ora, è chiaro che Grillo vuole inserirsi come un cuneo in quel patto, per rompere le uova nel paniere del premier. Ma è pur vero che definire l’accordo con l’ex Cavaliere come “accordo unitario per le riforme” appare un’esagerazione. Una specie di sineddoche, dove la parte (Forza Italia) è chiamata a indicare il tutto (il sistema politico istituzionale italiano nella sua interezza, ossia maggioranza più opposizione); col risultato di tante parti (forni) che rimbalzano l’una sull’altro, tipo le macchine a scontro dei Luna Park, e le esigenze di manovra politica che prevalgono rispetto a quella primaria, fondamentale di offrire al Paese una riforma istituzionale equa, efficace e all'altezza dei tempi.

Perché il punto è anche questo: la riforma deve produrre un sistema istituzionale migliore dell’attuale! Non uno purchessia e che si limiti a garantire un 'vincente' assoluto. Ma un sistema che sia più equo, più efficace, capace di rispondere alla crisi di rappresentanza, al distacco dei cittadini dalla politica, non solo alla volontà di trasformare un semplice premier in un dominus istituzionale. E certo la politica dei due forni non aiuta in questa senso, perché il progetto in discussione si ascrive tutto dentro la manovra politica, quasi bellica, di questa fase, ed esclude una discussione in ampio consesso. Insomma, una cosa è fare un lavoro certosino all’interno di una bicamerale, un’altra è presentare il patto del Nazareno tra soggetti circoscritti come un’operazione unitaria in vista di una riforma costituzionale ampiamente condivisa ed epocale. Sono cose distinte, ben distinte. Almeno lo si sappia.


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20 giugno 2014

La trattativa

Più di qualcuno ha tentato un'identificazione tra il PD attuale e la vecchia DC. Una cosa che poteva valere, forse, per la collocazione decisa del partito di Renzi al centro dello schieramento politico, ma che mi pare del tutto fuori luogo per il resto. Semmai, il modello Renzi è molto più vicino al modello Midas: un svolta generazionale 'contro' la classe dirigente di allora (i demartiniani) fatta con i metodi spicci e con l'insediamento al vertice di una leadership forte e solitaria, affiancata da una certa sinistra interna. I richiami alla modernità di allora, fanno il paio con il nuovismo dell’attuale dirigenza democratica. La differenza, la vera differenza, è che Craxi quella volta si trovò a fare il panino tra PCI e DC, sgomitando per poter emergere (l’autonomismo socialista), ma ebbe un vantaggio dalla rendita di posizione che lucrava quale ‘intermedio’ del sistema politico. Oggi Renzi è già al centro, e non deve scalare montagne per emergere e acquisire visibilità: non deve fare i conti con quelli più grandi di lui, semmai con gli altri due tenori (Berlusconi e Grillo) che sgomitano, loro sì, per conquistare scena.

Berlusconi è molto in affanno, lo vedo quasi ai margini del palco, insidiato da mezze figure. Grillo invece sta svicolando dalla sua crisi chiedendo una trattativa sulla legge elettorale e presentando addirittura una sua proposta di riforma. Una specie di ribaltamento dopo il ‘metodo Bersani’ dell’anno scorso. Ora, l’avvicinamento di ‘Grillo’ a ‘trattativa’ sembra un ossimoro, sembra un'incongruenza, uno burla, ma non è così. Perché c’è trattativa e trattativa. C’è quella alla luce del sole (immaginate la foto di Moro e Berlinguer che si salutano cordialmente e poi discutono di compromesso storico e destino del Paese) e quella dove ci si vede per ragioni meramente tattiche o di affari, solo per trovare un punto di interesse e stringere un patto (quasi sempre segreto). Io ritengo che l’attuale sistema politico non possa esprimere che questa seconda modalità. I suoi protagonisti sono tipologicamente inadatti a sviluppare pensieri lunghi e a trovare punti di mediazione sulle grandi scelte. Appaiono, invece, più idonei a sedersi e scrutarsi a un tavolo da poker, dove la tattica appare predominante e il punto è solo battere l’avversario con qualche mossa arguta per incassare il banco.

La trattativa richiesta da Grillo, dunque, non è un ossimoro se la si pensa nella modalità ‘tattica’ che dicevamo. Con l’obiettivo di conquistare la scena, mettere da parte Berlusconi, puntare lo spazio della destra. Magari rompendo a Renzi le uova nel paniere, ossia l’asse del Nazareno con Berlusconi. Una trattativa per sfasciare un’altra trattativa. Un po’ di sabbia negli ingranaggi renziani, che non sembra sabbia ma olio lubrificante, ma che funziona come sabbia appunto. L’ennesima mossa da pokerista, insomma. Renzi sembra un po’ sorpreso, ma non è così: lui è capacissimo a fare sponda, come ha già fatto con Grillo in campagna elettorale, dipingendolo come un mostro di Lochness pur di raggranellare moltissimo voto utile da parte dei molti dubbiosi. Così come Grillo fu molto utile per far saltare il generoso tentativo di Pierluigi Bersani nella fase post elettorale. Mi viene da ridere se penso a quello che ha detto Di Maio in tv: Renzi è legittimato, in Parlamento è rappresentato, è giusto trattare. No: quel Parlamento è lo stesso che è nato con le elezioni dove si candidò Bersani. Lo stesso. O era legittimato anche prima o non può esserlo ora. Non è cambiato nulla, caro Di Maio. È cambiata solo la fase: ora che appare fuori gioco la vecchia guardia del vecchio PD, sembrano tutti più rilassati e convinti di potersi giocare il proprio destino in qualche trattativa. In una trattativa, appunto, avente le modalità tattiche che dicevano, senza responsabilità strategiche, né oneri verso il Paese. Una trattativa nella quale si punta a stringere patti o solo a vedere le carte dell’avversario. Oppure a bluffare.


8 maggio 2014

Senza verso

“Non si può cambiare la Costituzione con la sola maggioranza di governo” ha detto Zanda dopo le montagne russe in commissione sulla riforma del Senato. Parole condivisibili, se non fosse che qui non c’è un’opposizione che collabora e si associa con la maggioranza (questo il senso corretto), ma di una parte rilevante della stessa opposizione che esercita una sorta di ‘soccorso azzurro’ (parole del Corsera) a sostegno della maggioranza (quella del PD). L’idea di un grande compromesso costituzionale alla luce del sole è surrogata in malo modo da una fenomenologia ben diversa: un patto trasversale per portare a casa con tigna una riforma purchessia, a patto che si risparmi sui senatori (il famoso dopolavoro dei consiglieri regionali), perché i tagli alla politica tirano molto. I tempi ovviamente si stanno allungando rispetto al flash renziano annunciato con troppo anticipo. Segno brutto, direi. Che testimonia una certa insipienza e un certo dileggio verso il lavoro d’Aula o in Commissione, e in sostanza verso il Parlamento, chiamato a ratificare decisioni prese altrove. In stanze chiusissime.

Ma non è una ‘palude’ questa? Non è palude avviare trasversalismi e patti extraparlamentari invece di un percorso chiaro e trasparente (ah, la vecchia bicamerale!)? Un percorso che fu capace di prendere corpo in un libro (La Grande Occasione), che andrebbe riletto ogni tanto, a titolo terapeutico? Perché la palude non è una melma oscura, ma un movimento decentrato, laterale, un ristagno anomalo, extraistituzionale, un ‘fare’ che disfa, un accalorarsi meramente mediale, una selva di annunci, una trattativa sempre più ovattata, arruffata, nonché un certo dileggio istituzionale. La palude è un navigare senza verso, altro che cambia verso. La sua immagine vera è questo paradossale frollìo, questo girare in tondo, questo torbido ingarbugliamento di patti, contropatti, stop ‘n go che non porta, a vista d’occhio, da nessuna parte. La palude è una politica performativa, agitatoria, frettolosa, senza più un effettivo compito di trasformazione, senza una direzione di marcia, una politica senza mete né obiettivi limpidi. Solo piccolo cabotaggio e tagli verso se stessa, solo tattica, solo giocate e bluff, alla quale si aderisce più per un patto di potere che per intima e ideale convinzione.

Questa sarebbe la post-politica che dovrebbe rinnovare il Paese e rottamare la vecchia classe dirigente (segnatamente i comunisti post, non-più e mai-stati)? Tutto qui? Lo spirito agitatorio che sta coinvolgendo persino le casalinghe elettrici (a partire da quella di Voghera), dove ci porterà? Gli annunci che non paiono convincere granché i giovani elettori (sino a 45 anni, vedi Pagnoncelli sul Corsera oggi), che futuro avranno? Domande legittime, altro che. Non di un gufo o di uno sciacallo, ma di un semplice cittadino, che vota a sinistra da sempre, che vede iniquità e disuguaglianze e nessuna terapia vera nei loro confronti. Un cittadino che non subisce il disorientamento dovuto alla presunta ‘frattura epocale’ prodotta da Renzi (ma quale, se Berlusconi sta sempre lì, se Casini è risorto, se le politiche del governo sembrano partorite da Scelta Civica, più che altro?). Un cittadino che, anzi, non teme l’innovazione, il salto, la discontinuità, e che già negli anni ottanta leggeva le filosofie della crisi. Un cittadino che ha vissuto la caduta del muro come un momento liberatorio, un’occasione di rinnovamento, e che chiedeva già allora, 25 anni fa, quando Renzi faceva lo scout, di imprimere una radicale svolta culturale al partito, alla sinistra, al Paese. Un cittadino che oggi, più che disorientato, appare disilluso, freddo e critico verso gli annunci mediatici del Capo. Freddo, soprattutto. Anzi, freddissimo.

 


26 aprile 2014

Il Fattore K

           

I comunisti, da sempre, sono indicati come il principale ostacolo a ogni innovazione, a ogni modernizzazione. Lo diceva La Malfa, lo ripetono i sinceri democratici di ogni dove e di ogni tempo. I comunisti erano il muro che andava abbattuto per offrire all’Italia e al mondo un avvenire più roseo. Non bastava avere allegato le videocassette all’Unità, né eletto Occhetto Segretario, serviva di più. Tutto è sempre stato colpa dei comunisti, persino quando non erano già più comunisti, anche quando la spinta propulsiva era finita, pure quando si entrava tutti assieme nella Nato, ostentando un vistoso sospiro di sollievo. I comunisti erano quelli che, anche da post-comunisti, non-più-comunisti, mai-stati-comunisti, andavano comunque rottamati per consentire l’avvento del nuovo, che da decenni batte alla porta come il destino di Beethoven, ma la trova sempre sbarrata e avvolta nella bandiera rossa. Anche oggi che non esistono più nemmeno nei libri, sono indicati come gli ultimi ostacoli alle riforme strutturali, alla definitiva venuta di un nuovo ‘sistema’ di potere senza più i costi della politica, e in particolare alla cancellazione del Senato dalla faccia della Costituzione. Riducendo finalmente la democrazia a quel sottilissimo filo che lega indissolubilmente Capo e Popolo, come due piselli in un baccello (cit.), alla faccia dei costosissimi corpi intermedi!

 

C’è un tale bisogno di comunisti da combattere, che c’è quasi bisogno di crearne sempre di nuovi. Prendete Vannino Chiti e Walter Tocci, due senatori che sostengono una riforma del Senato diversa (e direi migliore) rispetto a quella proposta dal giovane leader. Secondo la vulgata renziana, sono rappresentanti della bieca minoranza PD, gufi, rosiconi, cosacchi siberiani, gente che vuole abbattere senza pietà Issindaho, magari spedirlo alle Frattocchie o in Siberia, ma senza manifestare alcun interesse effettivo per i contenuti della riforma del Senato, solo vendicarsi, solo produrre odio e risentimento verso il vincitore. Roba da comunisti, insomma. Non so di Chiti, ma noi Tocci lo conosciamo bene, per averci lavorato 8 anni assieme. È un uomo sobrio, mite, un intellettuale, uno che la politica la infarcisce di idee, uno capace di mediazione, uno che a Roma ha davvero innovato, non per finta, non sulla carta, non sui tweet mattutini. Dire che Tocci sarebbe un pericoloso comunista, un gufo, un rosicone, uno che getta sabbia negli ingranaggi per mero risentimento è davvero fargli torto, anzi è una sciocchezza bella e buona che non fa onore a chi la pronuncia. Anche il caro e giovane leader per governare ha bisogno di creare dei nemici, come un Berlusconi qualsiasi. Ma non nemici politici veri (con quelli si fanno gli accordi, semmai), bensì nemici fittizi, caricature di nemici, da indicare con nomignoli e così dileggiandoli. Se Renzi ai gufi e ai presunti rosiconi desse invece ascolto, ora non avrebbe bisogno di tête-à-tête con Verdini. Già. Ma il punto è che lui preferisce Verdini.


2 aprile 2014

Diversamente renziani.

L'Italia è l'unico Paese in cui, se un drappello anche piccolo, fisiologicamente piccolo di senatori espone il proprio punto di vista sulla riforma del Senato (del quale fanno parte! tanto più!) viene tacciato (da Repubblica) di voler 'salvare' il Senato stesso. Come se il medesimo Senato fosse composto di manigoldi farabutti mercenari che debbono essere 'mandati a casa' (cit.) per evitare che continuino a fare i manigoldi farabutti ecc. togliendo soldi e 'mettendo le mani' (cit.) nelle tasche degli italiani. L'Italia è anche l'unico Paese in cui le riforme costituzionali si fanno per risparmiare. E a fare i senatori si vorrebbero mandare quelli che paghiamo già (per svolgere altri incarichi, ovviamente): una specie di doppio lavoro, di cui il secondo in 'nero'. Ma l'Italia è anche l'unico Paese in cui cresce la convinzione che i rappresentanti del popolo non debbano essere eletti dal popolo stesso, ma siano 'di risulta': provenienti da altri enti (Senato), nominati in qualche stanzino segreto (la Provincia), oppure mandati lì a listino bloccato, prendere o lasciare (Camera).

Pierluigi Battista dice che parlare di ‘deriva autoritaria’ è esagerato e sbagliato. E ha ragione. Ma parlare di democrazia messa in mano a chi non sa che farne, penso sia già più vicino al vero. Perché è così. Troppi ormai si chiedono senza pudori che cosa ne facciamo della democrazia, visto che costa molto e funziona male. Una specie di zavorra, insomma, che appesantisce i desideri di gloria politica. E allora si tende ad alleggerirla, smussarla, allentando i suoi legami col popolo più di quanto non sia già. Alla crisi della rappresentanza si risponde con la messa in mora della rappresentanza (e ti viene il dubbio se questa risposta non sia proprio una causa della suddetta crisi). Si badi: l’idea di ridurre il numero dei parlamentari e di conferire alla sola Camera il compito di assegnare la fiducia è corretta. Auspicabile e non da ora. Ma perché ridurre il Senato a una riunione di condominio? Perché bloccare le liste elettorali alla Camera, se diverrà l’unica fonte di legittimità democratica del Governo? Perché ricorrere a un ‘premio’-aiutino, quando si poteva puntare ai collegi uninominali a doppio turno? Tanti perché. A cui nessuno intende più rispondere, intenti come siamo a essere renziani. O al più ‘diversamente’ tali.


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24 gennaio 2014

Bingo!

Il sondaggio Euromedia del 21 gennaio 2014 è molto interessante. Il centrodestra avrebbe le seguenti percentuali: Forza Italia 22%, Lega Nord (4,4%), NCD (3,8%), Fratelli d’Italia (2,3%). Totale di coalizione: 34%. Se questi fossero anche i risultati elettorali, solo Forza Italia raggiungerebbe il quorum, gli altri no. Così che intascherebbe col suo 22%, l’intero 34% di seggi assegnati alla coalizione. Se poi il centrodestra vincesse pure il ballottaggio, Forza Italia da sola otterrebbe il 53% dei parlamentari, con un incremento rispetto alla rappresentanza reale (del 22%) di ben 31 punti! Altro che 18% di premio di maggioranza, questo è un Bingo vero e proprio. Tanto vale fare il sorteggione e chi s’è visto s’è visto.

Ovviamente ciò varrebbe anche per il centrosinistra, visto che SEL, stando al sondaggio, non raggiungerebbe il quorum. Il PD col suo 29,1% otterrebbe il 53%, con un bel premio del 23,9%. Un altro Bingo, ma stavolta cambioverso. Certo, queste risultanze spingeranno a una sorta di ‘entrismo’ dei piccoli nei grandi partiti, a fronte di faticose trattative sulle liste bloccate. Ma è quasi certo che, entrati in lista, i piccoli ne uscirebbero subito dopo in Parlamento, fondando i loro minigruppi alla faccia della lotta contro la frammentazione, che risulterebbe essere così più una de-frammentazione elettorale che reale. Bisognerebbe intervenire sui Regolamenti parlamentari, allora, per impedire giochini di tal tipo.

Il sistema partorito al Nazzareno spingerebbe i piccoli partiti, pertanto, non a sparire (non è mai successo nella storia, elettoralmente maggioritaria, degli ultimi venti anni italiani; anzi si sono moltiplicati), ma semplicemente a contrattare prima, quello che si teorizza farebbero dopo, con un sistema proporzionale. Una sorta di effetto “intruppamento” nelle liste dei grandi partiti (bloccate e, ovviamente, garantite) per portare il proprio contributo alla coalizione, che sembrerebbe essenziale per la vittoria (se il Centro destra può accreditarsi di un bel 34% lo si deve ad un buon 12% che arriva dai piccoli, appunto). Salvo poi, una volta approdati in Parlamento al calduccio di collegi garantiti, costituire propri autonomi gruppi parlamentari, riproducendo “in laboratorio” l’effetto che si voleva scongiurare con il neo sistema elettorale.

 

Ma se il problema è il ricatto dei partitini, la soluzione sembrerebbe molto più a portata di mano. Come dice Cundari, “basta una riforma dei regolamenti parlamentari che si fa in un minuto (se poi la volete costituzionalizzare meglio ancora) che dica che in parlamento si possono formare solo quei gruppi che corrispondono a nomi e simboli presentati alle elezioni. In altre parole, i partiti non possono nascere in parlamento: se un gruppo si spacca, la minoranza se ne va nel gruppo misto e tanti saluti. A questo punto, salvo interventi “cosmetici”, non c’è nessun bisogno di cambiare il “perfettum” (così Cundari definisce il sistema elettorale uscito dalla sacrosanta sentenza della Corte costituzionale). Con lo sbarramento al quattro per cento, nessuna coalizione e nessun “premio” in cui intrupparsi, senza la possibilità di separarsi in parlamento un minuto dopo il voto, ai piccoli partiti non resterebbe che una strada: mettersi insieme per provare a costruire uno o due partiti veri, capaci di superare il 4 per cento e poi capaci di restare insieme come tali l’intera legislatura.”. Certo, poi si tratterebbe di fare un po’ di politica e questo, ce ne rendiamo conto, per chi pensa alla competizione elettorale o al governo del paese come una sorta di lotteria a premi, appare davvero difficile. Ecco. Di questo, della modifica ai regolamenti, ovviamente, non si parla, presi come siamo dal mantra della “governabilità vs chiacchiere”. Con il sospetto che l’accordo del Nazzareno celi molto di più di quanto si sia finora lasciato intendere.


16 gennaio 2014

Occupy PD: chi l'ha visto?

           

Tra qualche mese, quando si dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato, sarò curioso di vedere se si deciderà in un Parlamento assediato dalla Piazza che ritma il nome dei candidati come dei mantra, oppure se si cercheranno delle intese tra i gruppi parlamentari. E vorrò anche vedere se si troverà un ottimo candidato come Marini, capace di rappresentare degnamente le istituzioni repubblicane e l’intero Paese. Perché quando si tratta di regole l’arco del pronunciamento deve essere ampio, il più ampio possibile, a meno che qualcuno non  si tiri indietro di proprio. Certo, una cosa è avviare un confronto istituzionale, un’altra è fare accordi extraparlamentari con questo o quello, peggio se si tratta di un pregiudicato decaduto dalla nomina, che non attende altro che uno straccetto per aggrapparsi e risalire la china. Vorrei solo ricordare che, se avessimo eletto Marini, molto, ma molto probabilmente oggi il premier sarebbe Bersani, e il suo governo sarebbe stato un governo parlamentare in grado di ottenere (nello stesso clima di dialogo istituzionale testimoniato dall’elezione di Marini) un appoggio su punti dirimenti ed essenziali, dalle riforme ai provvedimenti di politica economica. E invece, il bombardamento politico-mediatico di quei giorni contro ogni ipotesi di confronto pubblico tra gli schieramenti, la piazza infuocata ad arte da Grillo e non solo, l’evocazione continua dell’inciucio, l’emergenza di eleggere un Capo dello Stato a scadenza, la tagliola di oppositori interni a Bersani nel PD, pronti a lucrare successivamente e che giocavano sull’improponibilità di un cattolico come Marini a Presidente della Repubblica), ha impedito che questo disegno (la cui contestualità – il pareggio, appunto - era innegabile!) si producesse.

Oggi Renzi si prepara a giocare una partita di poker su più tavoli come se la politica fosse un fastidioso ammennicolo. Non c’è confronto istituzionale, ci sono gli incontri a due, c’è un clima di sotterfugio, c’è la concretissima possibilità di rimettere in gioco il decaduto, quasi rilegittimandolo fuori tempo massimo. Non intravedo un clima di confronto istituzionale, con chi nelle istituzioni c’è seduto davvero! Perché è innegabile che regole e Presidenza della Repubblica nascono in un clima di ascolto reciproco, ma è altrettanto vero che (adesso!) i renziani giocano a staccare accordicchi e aprire canali inquietanti con dirimpettai niente male. E non vale l’osservazione di Gentiloni, per cui se con Berlusconi ci fai accordi governativi perché negare l’accordo sulla riforma elettorale. Non è così. Le maggioranze parlamentari nascono in Parlamento, e l’attuale emerge da un contesto di parità elettorale e da una crisi che morde. È figlia dei tempi. La riforma elettorale sta nascendo fuori dal Parlamento, invece, lungo l’asse tra Arcore e Palazzo Grazioli, con un leader politico che nemmeno ha più uno scranno parlamentare per ragioni legate a vicende giudiziarie. E va pure detto che il PD ha votato per la sua decadenza, non per continuare un confronto arcoriano che oggi sarebbe persino controproducente.

Provate a immaginare per un nanosecondo (e anche meno) se oggi fosse D’Alema a menare le danze, se fosse lui a ricevere un ex senatore decaduto, in una sede extraparlamentare, magari presso lo stesso Nazzareno, resuscitandolo di fatto politicamente. Che direbbe OccupyPD? (A proposito, che fine ha fatto?) Che direbbero i movimenti viola? E quelli che ritmavano Ro-do-tà (trasformando un grande giurista in una macchietta da piazza)? E tutti quelli che usano la parola ‘inciucio’ come se fosse la principale categoria interpretativa del mondo contemporaneo? Che direbbe questo stuolo di persone che oggi sono silenziose e accovacciate da qualche parte? Immaginate se Marini fosse stato invece eletto e, di più, se l’Italia avesse colto quella Grande Occasione venti anni fa, quando una commissione bicamerale fu a due passi da sciogliere un nodo che ancora oggi ci strozza. Oggi avremmo un doppio turno alla francese, invece di rovistare col Porcellum in qualche bidone della spazzatura, e le cose sarebbero andate ben diversamente. Perché poi, a pensarci bene, una legge elettorale ce l’abbiamo già e non è più il Porcellum di cui sopra. Ha ragione Macaluso: siamo messi così male che servirebbe davvero una nuova fase costituente, con elezione proporzionale di un’assemblea parlamentare biennale ad hoc, un governo molto probabilmente largo e rappresentativo, e poi, finalmente, ripartirebbe davvero la gara, senza Berlusconi a girovagare nei corridoi dove pochi mesi fa ancora lavorava Pierluigi Bersani. E dove presto tornerà a farlo. Siatene certi.


9 febbraio 2012

La democrazia rappresentativa

 

È il terzo tentativo. I primi due Berlusconi li mandò entrambi all’aria in ‘zona Cesarini’. Stavolta che farà? La crisi dell’alleanza con la Lega lo spinge a uscire dallo splendido isolamento in cui si troverebbe se continuasse a vigere il Porcellum. Per questo cerca più del solito una sponda per modificare il quadro. Ovviamente, ogni qualvolta il PD entra in gioco su temi così scottanti, si grida all’inciucio. Perché l’inciucio? Solo perché se ne parla, tutto qui, solo perché si tenta di trovare il bandolo della matassa di una partita difficile e complicata. Se ne parla alla luce del sole, tra l’altro, senza ombre se non quelle evocate da taluni come un mantra. Prima di approdare in Parlamento con un disegno di legge, si potrà almeno trovare una cornice di discussione, fissare alcuni punti, definire criteri e indicazioni di massima? Oppure si decide di giocare a moscacieca, a tabù, a scarabeo, e vince chi indovina la riforma segreta? Una specie di lotto-riforma?

Nuovo patto della crostata? Ma se l’esito naturale di ogni ‘mediazione’ tra i partiti è comunque il Parlamento! Dove i nodi vengono al pettine. La scorsa volta la porcata di Calderoli nacque come colpo di maggioranza, come legge extraparlamentare: fu meglio così, almeno quello non fu un presunto ‘inciucio’, ma una ‘porcata’ appunto? Strano ragionamento. Non è forse meglio che i ‘grandi’ partiti si prendano le loro responsabilità (si chiama democrazia), fissino una cornice, interpellino a 360° gli altri, si apra una discussione vera (come già si sta sviluppando), l’opinione pubblica ne sia consapevolmente informata e possa giudicare, e si proceda seguendo l’iter tipico della democrazia rappresentativa? Qual è l’alternativa? Un tweet? Un post? Migliaia di ‘mi piace’ sotto uno schema di legge in rete?

Patto con Berlusconi? Ma quale? Oggi Berlusconi vorrebbe sedere al tavolo delle riforme proprio perché non ha interlocutori e deve comportarsi come un qualsiasi leader di un qualsiasi partito. Certo, se domani dovesse ristabilirsi l’alleanza con la Lega il primo a far saltare tutto sarà proprio lui, come al solito, e quelli che oggi denunciano inciuci saranno felici di tenersi l’attuale Porcellum, magari solo con qualche deputato in meno (tanto per ridurre i famosi ‘costi della politica’).

Noto anche nell’intellighenzia di sinistra un sempre più riottoso giudizio verso i partiti e la democrazia rappresentativa. Come se fosse possibile sostituirla, da domani, con tanti caucus, incontri di caseggiato, comitati di quartiere, consigli di fabbrica, post, flash mob, sms, email e chi più ne ha più ne metta. Come se migliaia di assemblee minute e di individui cinguettanti, senza nemmeno un soviet supremo a fare il punto, possano considerarsi davvero una democrazia governante e responsabile. Come se la comunicazione fosse la politica. No, non è così. Le procedure democratiche non sono soltanto un marchingegno che produce inciuci in aule sorde e grigie, ma sono la GARANZIA che via sia un dibattito alla luce del sole, un confronto equo, delle decisioni che rispettino davvero il principio di maggioranza. L’alternativa è il buio fitto sui percorsi decisionali, la sovranità in guazzabuglio, la dittatura del primo che si mette seduto sulla sedia.

Forse esagerò James Mill (padre di John Stuart) a definire la democrazia rappresentativa come “la grande scoperta dei tempi moderni”. E forse oggi, in epoca di rete e comunicazioni, il modello democratico deve comunque prevedere forme di democrazia diretta, che non si contrappongano ma integrino le procedure rappresentative. Pur tuttavia, quella affermazione di Mill contiene una verità. Di certo l’abbinamento tra modernità e democrazia rappresentativa è un dato importante. Inequivocabile. Spezzarlo avrebbe effetti devastanti sia per la politica sia per la nostra modernità.


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